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CORONAVIRUS: Gianrico Carofiglio parla della paura

Coronavirus gianrico carofiglio parla della paura

Gianrico Carofiglio dà una lettura critica sui comportamenti personali e su cosa la paura deve insegnarci.

Parlare di cosa si può apprendere da quello che stiamo vivendo implica l’altissimo rischio di avventurarsi – e magari perdersi – nel territorio di una retorica mediocre sui buoni sentimenti e sui buoni propositi.

Non sono sicuro di sapermi sottrarre a questo rischio: esserne consapevoli non è quasi mai sufficiente a eluderne la vischiosa seduzione. Con questa premessa, credo che quanto sta accadendo potrebbe insegnarci alcune cose decisive. Fra queste: una diversa comprensione della paura, dell’errore e dei loro risvolti etici.

Cominciamo con la paura. Essa è in primo luogo quella personale; la percezione della possibilità di ammalarci, di soffrire, addirittura di morire. Non è la forma più interessante e sicuramente non è la più istruttiva per una riflessione sui significati. Ma quella che stiamo sperimentando in questi giorni è anche, se non soprattutto, una paura di comunità: la vita cui eravamo abituati e che davamo per scontata, potrebbe non essere più la stessa, anche dopo la fase acuta dell’emergenza. È una paura, in un certo senso, da fine del mondo, per come l’abbiamo conosciuto finora. Una paura che ci mette in contatto non solo con la nostra fragilità individuale, ma anche con quella collettiva, con una malinconia profonda, con la tristezza, con il senso della perdita. Il lutto.


Tutte cose che possiamo rifiutare, rimuovere (come facciamo spesso) anche se poi – prima o dopo – riappaiono a presentare il conto. Oppure possiamo accettarle, integrarle come parte attiva di noi. Trasformarle in energia vitale.

La paura, come affrontarla
La paura va riconosciuta e usata; bisogna trasformarla in strumento di lavoro per cambiare le cose – anche e soprattutto fuori dalle crisi – e non lasciare che diventi una malattia occulta dell’anima individuale e collettiva, che degeneri in una forza incontrollabile e distruttrice. Peggiore delle epidemie del corpo. In questo senso verrebbe da dire: è necessario coglierne la fondamentale implicazione etica e la grande attitudine trasformativa.


L’errore, sapere ammetterlo
Poi c’è il tema dell’errore: la nostra difficoltà ad ammetterlo e la nostra difficoltà a convivere apertamente con esso. In molti – io per primo – abbiamo detto cose sbagliate, a volte stupide, dall’inizio della crisi. Le affermazioni sbagliate o anche stupide dipendono da molte ragioni. Nel caso specifico, fra l’altro, dalla difficoltà, per i non addetti ai lavori, a comprendere e maneggiare concetti non intuitivi come quello di crescita esponenziale.

Esiste però un tema generale. Riguarda il nostro bisogno quasi compulsivo di esprimerci su tutto; anche prima di avere gli elementi per farlo senza rischiare di dire o scrivere sciocchezze. Se guardo indietro, nel passato remoto, o in quello recente quando questa vicenda era già cominciata, i miei comportamenti più stupidi sono consistiti nell’esprimere un’opinione quando avrei fatto bene a non parlare o a non scrivere. Meglio ancora: quando avrei fatto bene a non avere nessuna opinione, in mancanza di conoscenze sufficienti. Quando avrei fatto bene a stare nell’incertezza consapevole e vigile, invece di praticare un’inconsapevole improntitudine.


Il rimedio, imparare
Credo che questo me lo ricorderò e credo che questo sarebbe bene ricordarlo tutti. Mi viene naturale concludere queste riflessioni citando un brano di T.H. White, autore di una serie di romanzi di enorme successo sul mito di Re Artù. “Il rimedio migliore quando si è tristi – replicò Merlino, cominciando ad aspirare e a mandar fuori boccate di fumo – è imparare qualcosa. È l’unico che sia sempre efficace. Invecchi e ti tremano mani e gambe, non dormi alla notte per ascoltare il subbuglio che hai nelle vene, hai nostalgia del tuo unico amore, vedi il mondo che ti circonda devastato da pazzi malvagi, oppure sai che nelle cloache mentali di gente ignobile il tuo onore viene calpestato. In tutti questi casi, vi è una sola cosa da fare: imparare. È l’unica cosa che la mente non riesce mai ad esaurire, da cui non si lascia mai torturare, che mai teme o di cui mai diffida, di cui mai si pente.
Imparare è il rimedio per te”
Imparare è il rimedio per tutti noi.

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