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Nuovi spiragli di cura per il tumore al pancreas con mutazione “Jolie”

Fonte : Corriere della Sera –

di Adriana Bazzi –

Il trattamento con un farmaco chiamato olaparib dimezza la progressione della malattia nei pazienti con alterazioni  dei geni Brca1 e 2

Si accende una luce di speranza per alcuni pazienti con tumore al pancreas: quelli portatori di mutazioni dei geni, chiamati Brca 1 e Brca2, come lo è l’attrice americana Angelina Jolie.

Dopo la chemioterapia

Uno studio chiamato Polo, presentato in sessione plenaria al congresso dell’American Society of Clinical Oncology in corso a Chicago e pubblicato in contemporanea sul New England Journal of Medicine ha dimostrato che un farmaco, chiamato olaparib, è in grado di dimezzare la progressione della malattia in pazienti con tumore al pancreas metastatico, a patto che siano stati trattati in precedenza con una chemioterapia a base di platino e abbiano reagito positivamente.

Sopravvivenza aumentata

«È un risultato importante per questa forma di tumore ancora gravato da un alto tasso di mortalità»,   commenta Gianpaolo Tortora, ordinario di Oncologia Medica all’Universita’ Cattolica di Roma, direttore del Comprehensive Cancer del Policlinico Gemelli di Roma e coautore dello studio. «Ma entriamo più nel dettaglio – continua Tortora- . Dopo due anni di terapia con olaparib il 22,1 per cento dei pazienti erano “liberi” dalla malattia , mentre solo il 9,6 dei pazienti trattati con il placebo lo era».

Riguarda il 7 per cento dei pazienti

Non tutti i pazienti, però, sono candidati a questa terapia. Lo sono soltanto coloro che , appunto , presentano mutazioni dei geni Brca1 e 2 (prima identificate nei tumori di seno e ovaio, come nel caso di Angelina Jolie, poi del pancreas e anche della prostata) e che rappresentano il 7 per cento di tutti i malati. «È la prima volta che nel tumore del pancreas la scelta della terapia viene orientata da marker biologici, come appunto certe mutazioni genetiche che interferiscono con la riparazione del DNA – spiega Tortora – . E la terapia con olabarib, paradossalmente, non fa che aumentare le alterazioni del Dna perché blocca enzimi chiamati Parp che hanno il compito di mantenere l’integrità del DNA».

Uso compassionevole

L’olaparib, dunque,  non fa altro che ostacolare la riparazione del Dna: la cellula neoplastica, quando non riesce più a correggere i suoi difetti,  muore. Questo farmaco rappresenta un punto di inizio per lo studio di altre terapie: si può infatti ipotizzare che almeno nel 20-24 per cento dei tumori del pancreas (parliamo di adenocarcinomi) sono presenti alterazioni genetiche. Nel 2018, in Italia, sono stati stimati 13.300 nuovi casi di tumore al pancreas con una sopravvivenza a cinque anni pari all’8,1 per cento. Eleggibili per la terapia olaparib sarebbero qualche centinaio. «Il farmaco non è a disposizione per questa indicazione – conclude Tortora -, ma si può ipotizzare che dopo la pubblicazione dello studio sul New England il farmaco venga messo a disposizione delle aziende per un uso compassionevole».

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