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Neurologia Salute

Alzheimer, uno studio chiama in causa l’ipotesi virale

Fonte : La Repubblica –

di Maurizio Paganelli

Lo sostengono alcuni specialisti del Mount Sinai Hospital di New York che hanno analizzato i cervelli di pazienti affetti da questa malattia neurodegenerativa post-mortem, pubblicando i loro risultati su Neuron

HERPESVIRUS latenti che possono provocare encefaliti e altre malattie (come la cosiddetta VI malattia nell’infanzia…) sono stati trovati analizzando i cervelli di malati di Alzheimer post-mortem. Sarebbe un riscontro all’ipotesi virale dell’Alzheimer: lo studio è stato pubblicato su Neuron a cura degli specialisti del Mount Sinai Hospital di New York.

• LA RICERCA
Sarebbero due herpesvirus umani, il 6 e il 7 (in particolare Hhv-6A e Hhv-7), ad essere stati trovati nei cervelli di malati in una percentuale doppia rispetto a chi non ha l’Alzheimer. Si tratterebbe della prima evidenza dell’integrazione nel cervello del virus, un ruolo che a questo punto va preso in esame seriamente nello studio delle possibili cause della malattia. Insieme a questo i ricercatori hanno individuato un nuovo possibile target genetico finora sconosciuto. Sono stati esaminati 600 tessuti di altrettanti cervelli, sani e malati, in quattro diverse aree cerebrali; confrontati poi con 800 campioni di tessuto cerebrale presenti nell’archivio della Mayo Clinic e il Rush Alzheimer’s Disease Center. Il team ha scoperto un “complesso network di associazioni inaspettate, con collegamenti a specifici virus e a diversi aspetti della biologia dell’Alzheimer”. Esaminando l’influenza di ogni virus su specifici geni e proteine si è arrivati all’identificazione di una associazione tra i due specifici virus, le placche beta-amiloidi e i grovigli neurofibrillari di proteina Tau (caratteristiche neuropatologiche della malattia di Alzheimer), insieme alla correlazione con la gravità della demenza in termini clinici.

• LE IPOTESI
“Questo studio – segnala Joel Dudley, direttore dell’Institute for Next Generation Healthcare all’Icahn School of Medicine al Mount Sinai – rappresenta un significativo avanzamento nella comprensione della plausibilità dell’ipotesi patogena dell’Alzheimer. Se diviene evidente che specifici virus sono direttamente implicati nel rischio dello sviluppo o nella sua progressione una volta diagnosticato l’Alzheimer, saremo in grado di comprendere e affrontare meglio l’evoluzione della malattia”.

Ovviamente si potrebbero, a questo punto, ipotizzare specifici e mirati farmaci. Servono comunque ulteriori conferme e altre analisi sebbene, come dice un altro degli autori dello studio, il neurologo Sam Gandy, direttore del Center for Cognitive Health al Mount Sinai, “una simile situazione è emersa recentemente in certe forme del morbo di Lou Gehrig (la malattia degenerativa neuromuscolare chiamata Sla, ndr). Lì le proteine virali sono state trovate nel liquido cerebro-spinale di alcuni pazienti malati e i malati positivi ai test virali hanno avuto alcuni benefici dall’assunzione di farmaci antivirali”.

• METALLI E CERVELLO
Un’altra ricerca, questa volta internazionale, guidata dall’università inglese di Warwick e appena pubblicata sulla rivista Nanoscale, apre un nuovo scenario sulla progressione della malattia a partire dall’interazione tra il ferro e le placche amiloidi. Lo studio, che ha applicato tecnologie molto sofisticate e avanzate, ha riguardato solo due casi di cervelli di persone decedute e diagnosticate con malattia di Alzheimer. Quindi va preso con molta cautela. L’osservazione ha condotto all’individuazione di una serie di riduzioni/trasformazioni chimiche inclusa la proliferazione di magnetite creata dall’ossidazione del ferro presente nel cervello. Non è comune trovare magnetite nel cervello umano cosa che invece è stata trovata nelle placche amiloidi. Ciò avviene per l’interazione tra il ferro e la proteina amiloide: si è visto che tale processo si svolge negli individui con malattia di Alzheimer. Joanna Collingwood della Warwick University ed esperta in analisi delle tracce di metalli (tra gli autori dello studio) ha segnalato: “Il ferro è un elemento essenziale del cervello, così è fondamentale capirne il ruolo nell’Alzheimer. Abbiamo compreso alcune cose in più nella chimica del ferro nelle placche di amiloide”. Il team di ricerca ipotizza che l’interazione tra ferro e amiloide che produce magnetite possa incidere sulla tossicità e contribuire alla progressione dell’Alzheimer.

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