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Coronavirus, chi ha il gruppo sanguigno 0 (zero) corre meno rischi

gruppo sanguigno zero

Gruppo sanguigno zero: Alcuni studi hanno rilevato come chi lo possiede sembra avere una sorta di protezione dall’infezione.

La maggior parte di noi si è chiesto come mai ci sono individui che si ammalano di Covid in maniera più grave ed altri che presentano sintomi più lievi. La spiegazione, avanzata già nei mesi scorsi, sembra risiedere, in parte, nel gruppo sanguigno. Chi ha il gruppo zero (0) ha meno probabilità di contrarre l’infezione rispetto agli individui con gruppo sanguigno A ed AB. Non solo. Ma in linea con questa correlazione ci sono due studi da poco pubblicati sulla rivista Blood Advances.

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Gli studi preliminari

L’intuizione sul diverso grado di severità della malattia in relazione al gruppo sanguigno posseduto, è partita dalla Cina. In uno studio preliminare, infatti, gli studiosi hanno evidenziato come gli individui con gruppo sanguigno 0 (zero), presentavano sintomi dell’infezione da covid-19 lievi, rispetto a coloro che avevano segni della malattia grave ed erano portatori di gruppo sanguigno A ed AB. Sulla scia di questi dati, è partito uno studio internazionale pubblicato in giugno sul New England Journal of Medicine, che ha confermato questa ipotesi. A questo lavoro ha partecipato anche l’Università degli Studi di Milano-Biccoca.


I nuovi studi
Ora questi due nuovi studi vanno ad aggiungersi alla già numerosa massa di dati che mettono in relazione la gravità della malattia da Covid-19 e gruppo sanguigno.
Nel loro studio i ricercatori della University of Southern Denmark hanno confrontato gli oltre 47mila individui positivi rispetto ai dati dei 2 milioni di persone della popolazione totale. I ricercatori hanno evidenziato come tra i positivi c’erano più persone con i gruppi A, B e AB e meno persone con gruppo sanguigno 0 (zero).
 
Nell’altro studio, invece, i ricercatori della University of British Columbia hanno esaminato a fondo i dati di 95 pazienti gravi ricoverati in un ospedale di Vancouver. Il risultato ha chiaramente messo in risalto come le persone con gruppo sanguigno A o AB ricorrevano con più frequenza alla ventilazione polmonare e alla dialisi. Mentre i pazienti con i gruppi sanguigni 0 (zero) oppure B, presentavano sintomi più lievi.
 
I gruppi sanguigni
Paolo Bonfanti, professore di Malattie infettive in Bicocca, è tra gli autori della ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine. “Questi due nuovi studi confermano una serie di evidenze già note sul legame tra il Sars-Cov-2 e i gruppi sanguigni”, commenta Bonfanti. Che prosegue “Accanto ai tre fattori di rischio ormai noti per essere legati a una maggior gravità della malattia, che sono l’età avanzata, il sesso maschile e la comorbidità, ci sono anche dei fattori di tipo genetico. Come appunto quelli legati all’espressione del gruppo sanguigno, che possono contribuire a spiegare il perché alcune persone sviluppano una forma più lieve e altre una forma più grave della malattia. Possiamo, quindi, affermare che c’è un fattore genetico che condiziona sia la sensibilità all’infezione che la risposta alla malattia e che questo è legato in qualche modo ai gruppi sanguigni”. Si aspettano, quindi, nuovi studi che facciano maggiormente chiarezza sul perché vi sia una risposta differente tra i gruppi sanguigni.

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Le ipotesi
Alcune delle ipotesi in campo è che i gruppi sanguigni sono collegati all’attività del sistema immunitario. Le persone con il gruppo A e B presentano sulla superficie dei globuli rossi un antigene specifico per questi gruppi. Mentre gli individui con il gruppo 0 (zero), non hanno nessun antigene sui globuli rossi. Pertanto se questi ultimi vengono a contatto con un gruppo sanguigno diverso dal loro, sviluppano degli anticorpi anti-A e anti-B.  “Una delle ipotesi sulle quali si sta lavorando è proprio quella secondo cui il virus replicandosi porta con sé piccoli componenti della cellula, come appunto un frammento, ad esempio, dell’antigene A che può essere espresso sulla membrana delle cellule. I  soggetti con il gruppo 0 (zero), che hanno sviluppato una certa quota di anticorpi anti-A, potrebbero quindi essere più protetti dalla malattia”, conclude Bonfanti

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