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Coronavirus, cosa resta nell’organismo dopo la guarigione

Dispnea, dolori articolari, stanchezza, confusione sono i sintomi più frequenti dopo mesi dall’infezione

Per tutti i guariti dal Covid-19 c’è da verificare gli effetti a lungo termine della malattia. Per adesso visto il poco tempo trascorso dall’inizio della pandemia, gli studi esistenti hanno potuto constatare solo lo stato di salute dei guariti per pochi mesi. Uno di questi studi, condotto da alcuni medici del Gemelli, ha preso in esame i pazienti ricoverati per Covid in forma acuta e guariti. “I 143 pazienti (età media 56 anni) erano stati dimessi dall’ospedale dopo un ricovero di durata media di 13,5 giorni (durante il quale il 5% di loro era stato intubato). Li abbiamo esaminati a due mesi di distanza dalla comparsa dei sintomi – spiega Angelo Carfì, uno dei medici dello studio –. E al momento di questa visita di follow-up, tutti loro erano negativi al tampone. Solo il 12,6% non aveva più alcun sintomo. Il 32% aveva uno o due sintomi e il 55% aveva più di tre sintomi.


Spossatezza e foschia mentale

“Nessuno di loro aveva più febbre o altri sintomi acuti. Il sintomo post-Covid più comune era la spossatezza: il 53% dei soggetti dichiarava di avere ancora questa mancanza di energia e senso di affaticamento, che invece nella fase acuta della malattia colpiva il 100%”.   Un altro dei sintomi più riferiti dai pazienti è una sorta di confusione mentale. Anche a distanza di tempo. “La confusione e la stanchezza sono compatibili con ciò che succede all’organismo dopo un’infezione pesante, anche quelle non collegate al Covid – spiega Zacchigna coautore dello studio – perché potrebbero essere lasciti della sindrome citochinica. Vale a dire il rilascio eccessivo di citochine, le armi più potenti del sistema immunitario, che provocano danni collaterali nell’organismo”.

La dispnea

 Un altro sintomo residuo riscontrato in oltre il 40% dei pazienti è la dispnea, cioè quella improvvisa mancanza d’aria dopo un piccolo sforzo.

“Questa dispnea a distanza di mesi può avere diverse spiegazioni. Potrebbe essere che il virus stia ancora danneggiando i polmoni – spiega Carfì –.  Oppure che li abbia danneggiati durante la fase acuta e l’organismo non riesca a riparare il danno, magari per una recrudescenza del virus o per l’effetto di qualche altra malattia che il paziente non sa di avere e che ostacola la riparazione”. Probabilmente nei polmoni, colpiti da polmonite interstiziale,  “c’è un importante danno cellulare – dice Carfi -. Con una grande produzione di sostanze e proteine che finiscono negli alveoli, negli spazi tra gli alveoli e i vasi e in parte all’interno dei vasi. Quindi c’è un danno alveolare, un danno intorno all’alveolo e anche un danno all’interno del microcircolo polmonare, dove avvengono gli scambi di ossigeno tra l’alveolo e i vasi sanguigni”. E dopo aver superato il virus i processi riparativi del polmone in molti pazienti hanno successo, mentre in altri rimangono i danni dell’infiammazione.

Articolazioni infiammate

Il terzo sintomo più comune presente in un paziente su quattro sono i dolori articolari. “Non abbiamo ancora certezze, quindi bisogna ricorrere alle ipotesi – spiega Carfì – il dolore alle giunture è di natura infiammatoria. Può essere che il virus si sia andato a nascondere là dentro, per poi spegnersi e riattivarsi. Oppure può essere che nelle articolazioni sia in atto un processo riparativo dei danni fatti dal virus. Anche questi processi, infatti, possono liberare sostanze infiammatorie. Quindi il sintomo può essere una lunga coda della riparazione dei tessuti”.

Fibrosi polmonare

Anche negli asintomatici sono state trovate tracce di fibrosi polmonare. “Un aspetto patologico che può far pensare alle conseguenze a lungo termine del Covid, è la permanenza in molti pazienti di cellule molto strane – spiega Zacchigna –. Sono i cosiddetti “sincizi”, ovvero cellule che si fondono tra di loro. Questo potrebbe favorire l’evoluzione di fibrosi polmonare”. Trasformando il tessuto sano in tessuto cicatrizzato, facendo perdere la funzione elastica del polmone, e rendere la respirazione più faticosa.

Ciò potrebbe tradursi, anche a lungo termine, in qualche forma più o meno lieve di insufficienza respiratoria.

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