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Coronavirus, alcune certezze dopo tanti mesi dalla comparsa

Ci sono ad oggi, da parte di alcuni esperti, risposte più chiare sull’infezione da covid-19

A distanza di nove mesi dall’arrivo del virus, si potrebbe trarre qualche conclusione, che ci aiuta a capire meglio a che punto siamo, e come dobbiamo comportarci. Senza avere la pretesa di certezze assolute, perché la realtà è sempre lì a stupirci. Ma comunque ciò che oggi la scienza conosce ci dà indicazioni su come dobbiamo comportarci quotidianamente.

Come avviene la trasmissione

Oramai è assodato che la trasmissione del virus avviene attraverso le goccioline di saliva (droplet), che emettiamo per esempio quando parliamo, gridiamo, oppure cantiamo. Sars CoV-2 viaggiando così nell’aria, può entrare nelle vie respiratorie del futuro ospite. Il punto è però appurare se anche con l’aerosol (particelle piccole sospese in aria) si trasmette il contagio. «Al momento è noto che il virus si trasmette tramite le cosiddette droplet – spiega  Massimo Andreoni, Infettivologo, docente di malattie infettive all’università di Roma Tor Vergata   –. Ossia le goccioline di dimensioni superiori a 5 micron. Ci sono evidenze più deboli, prevalentemente aneddotiche, della sua persistenza anche nell’aerosol, composto dalle particelle di dimensioni inferiori a 5 micron. Sembra però che si tratti di concentrazioni bassissime. Se dovessimo appurare il contrario crollerebbero tutti i capisaldi sui quali abbiamo costruito i modelli di prevenzione. Il distanziamento tra le persone dovrebbe essere molto maggiore di 1,80 metri, perché il virus sarebbe trasportato molto più lontano. Il tempo di permanenza sarebbe molto più alto dei 15 minuti circa delle droplet. Le barriere fisiche, come mascherine e protezioni facciali, sarebbero poco efficaci per il contenimento». Bisogna comunque aspettare altri dati che ci diano più certezza sul ruolo dell’aerosol nella trasmissione di Sars CoV-2.

Il ruolo dell’inquinamento

Facendo riferimento alla diffusione del virus nella prima fase nelle aree del nord Italia, si pone l’ipotesi che l’inquinamento ambientale possa avere un ruolo nella trasmissione del virus. “L’inquinamento atmosferico, infatti, aumenta il rischio di infezioni delle basse vie respiratorie, soprattutto nelle persone più vulnerabili, gli anziani e le persone con patologie pregresse, – spiega Paola Michelozzi, Epidemiologa, direttore Uoc Epidemiologia ambientale del dipartimento di Epidemiologia della regione Lazio -. Un incremento nei livelli di polveri sottili potrebbe rendere il sistema respiratorio più suscettibile all’infezione e alle complicazioni della malattia da coronavirus”.

Il virus è mutato?


Qualsiasi virus può nel tempo mutare casualmente, rendendolo più vantaggioso alla sua sopravvivenza. Ad oggi comunque, per quanto sin qui disponibile, le eventuali mutazioni subite dal Covid-19 non lo hanno portato a cambiamenti sostanziali. “Sono passati più di nove mesi dalla scoperta del virus responsabile dell’epidemia – conferma Massimo Andreoni – e a oggi sembra che tutti i suoi sottotipi, isolati in diverse parti del mondo, siano discretamente stabili. Le osservazioni sul grado di capacità replicativa (la cosiddetta fitness) e sulla capacità di dare effetti citopatici (la virulenza) mostrano che finora non ci sono state mutazioni genetiche rilevanti, il che è più o meno coerente con quanto visto negli altri sette coronavirus dell’essere umano”.

Quali organi infetta

Il Coronavirus utilizza la proteina Spike presente sulla sua superficie, come una chiave che si infila nella “serratura” (il recettore ACE-2) delle cellule epiteliali, soprattutto dell’albero respiratorio. “Ma con il passare dei mesi abbiamo capito che il virus può infettare anche altri organi, e fare danni importanti ai reni o al cuore. Causa danni neurologici, che potrebbero essere dovuti sia a un’entrata del virus nel cervello, sia alla risposta infiammatoria. Inoltre il virus interagisce con l’endotelio vascolare e questo gioca un ruolo fondamentale nelle alterazioni della coagulazione”, precisa Alberto Mantovani, Immunologo, direttore scientifico di Humanitas e professore emerito di Humanitas University. Anche se c’è ancora molto da scoprire.

Le superfici sono infette?

Il virus si trasmette soprattutto attraverso la via aerea. Rimane pertanto improbabile che ci si possa infettare attraverso gli oggetti che si toccano. “I  materiali biologici (pelle, muco, espettorato) sono ovviamente quelli a maggior rischio, perché è lì che il virus vive naturalmente, spiega Andreoni -. La probabilità di infettarsi toccando un foglio di carta o un banco è invece estremamente bassa. C’è bisogno di una concomitanza di circostanze particolari perché ci sia un rischio significativo (per esempio carica virale molto alta e/o tempo di contatto prolungato). In ogni caso, ben venga l’adozione delle precauzioni igieniche per disinfettare le superfici”.

Lo stile di vita e le vaccinazioni

Anche lo stile di vita può rappresentare un fattore di rischio. Eliminare completamente il fumo di sigarette e il consumo di alcol. Mantenere una dieta equilibrata, dando la precedenza a frutta e verdura. Destinare una mezz’ora al giorno al movimento e all’esercizio fisico. Prestare attenzione ai chili di troppo. L’obesità, infatti, contribuisce a disorientare il sistema immunitario ed è un fattore di rischio per Covid-19.

Eseguire inoltre le vaccinazioni contro il virus dell’influenza, dello pneumococco e l’Herpesvirus. In modo tale da contribuire a rendere il nostro sistema immunitario più pronto ad un eventuale infezione. 

Chi si ammala di più


In questo tempo si è appurato come alcune persone finiscono in terapia intensiva, mentre altre sono asintomatiche. “Uno studio europeo al quale hanno partecipato anche studiosi italiani – dice Mantovani – ha individuato delle varianti genetiche sul cromosoma 3 che sembrano avere un ruolo nella gravità della Covid-19”. Un’altra ipotesi dice che gli individui con sangue di tipo 0 (zero) sembrano sviluppare una forma meno grave di malattia rispetto a quelli con sangue di tipo A. “Ma non abbiamo ancora il verdetto definitivo”, aggiunge l’immunologo. Come anche avere difetti genetici legati all’immunità innata è un fattore di rischio importante, in quanto alcune persone sviluppano anticorpi “deviati”. Cioè autoanticorpi che attaccano il sistema immunitario anziché il virus.

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