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Pressione alta, bisogna intervenire presto

pressione alta come intervenire

Abbassare la pressione in tempi stretti è meglio che abbassarla troppo. Soprattutto nei pazienti che hanno già subito un danno d’organo.

Sono oltre 15 milioni gli italiani che soffrono di pressione alta. Di questi 1 su tre non sa di essere iperteso. E degli altri due terzi, soltanto 1 su 4 segue una terapia antipertensiva. Ogni anno l’ipertensione provoca 280mila morti circa solo in Italia. Numeri che sono stati ricordati dalla Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa (SIIA).
Ipertensione come comportarsi
Alla luce di questi dati la SIIA ha cercato di dare un contributo a capire quali sono le strategie migliori per combattere l’ipertensione. Non sempre, infatti, è giusto pensare di abbassare a valori minimi la pressione. Quando, invece, è più opportuno intervenire in tempi rapidi. Approccio, questo, che è il risultato di uno studio pubblicato su The Lancet, che deriva dalla revisione di due diverse ricerche. In esse sono stati presi in esame circa 31mila pazienti di 40 Paesi per quasi cinque anni. Erano tutti pazienti ad elevatissimo rischio cardiovascolare, che avevano già subito infarti o ictus. Tra questi vi erano anche persone mai state ipertese.
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Non abbassarla troppo
La maggior parte di questi pazienti ha avuto una terapia aggressiva, che si proponeva di abbassare la pressione ai minimi valori possibili. Ma non tutti hanno avuto vantaggio da un trattamento “intensivo”. Perché la terapia diminuiva la probabilità di avere un evento cardiovascolare, ma il pericolo tornava alto quando la pressione scendeva al di sotto di 120 millimetri di mercurio per la massima e 70 per la minima. Questo fenomeno non coglie di sorpresa Gianfranco Parati, presidente SIIA, che sottolinea: «Parliamo di pazienti già affetti da patologie cardiovascolari, con le arterie molto rigide e ricche di depositi di calcio. Persone cioè con una scarsa capacità di auto-regolare il flusso sanguigno e adattare i vasi alle diverse condizioni per mantenerlo costante. In questi soggetti un calo eccessivo della pressione non viene compensato, il sistema è come “ingessato” e si rischia una riduzione pericolosa della perfusione degli organi che può portare a conseguenze gravi». Naturalmente questo discorso non vale per persone al di sotto dei 55 anni, e che versano in un migliore stato di salute. Il maggior calo pressorio che si otterrebbe con i farmaci, non avrebbe le stesse conseguenze.

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Meno casi di infarto e ictus

Quindi a quali valori pressori si deve tendere, per non incorrere in rischi ulteriori? A ciò Parati ha cercato di dare una risposta con una serie di dieci meta-analisi pubblicate sul Journal of Hypertension, condotte rianalizzando i dati di numerosi studi. Valutando pazienti ipertesi ma senza infarto, scompenso cardiaco o altre gravi patologie, si è constatato per esempio che la terapia offre vantaggi cardiovascolari quando si scenda sotto i 150, i 140 ma anche i 130 di massima. «I benefici però sono progressivamente minori quanto più è basso il livello di pressione che si raggiunge. Nell’iperteso non complicato scendere sotto i 130 non è quindi pericoloso, ma il numero di eventi cardiovascolari che si riescono a evitare diminuisce – puntualizza Prati -. Chi ha la pressione più alta ha una probabilità parecchio elevata di infarti e ictus, perciò abbassarla “taglia” un numero più consistente di casi rispetto a quanto accade in chi parte da un livello iniziale di ipertensione. E quindi di rischio di eventi, un po’ più contenuto. In percentuale la diminuzione del pericolo è analoga in entrambi i gruppi, ma intervenendo su chi è più iperteso si “risparmia” un maggior numero di casi di infarto, ictus, morte.


Intervenire subito
Intervenire con una terapia aggressiva su pazienti ad alto rischio, non è molto conveniente, come si evince dallo studio di meta-analisi di Parati. «Se è vero che tanto maggiore è il rischio di partenza, tanto più si riduce il numero assoluto di eventi che un paziente può sviluppare, è altrettanto certo che è più alto il rischio cardiovascolare che resta. Il cosiddetto rischio residuo che non potremo più togliere perché deriva dai danni irreversibili provocati dall’ipertensione durante tutto il tempo nel quale non è stata tenuta sotto controllo. Se le arterie sono indurite dai depositi di calcio non possiamo tornare indietro e “ripulirle” – precisa Parati -. Ecco perché nella terapia dell’ipertensione il motto oggi non dovrebbe essere più bassa è, meglio è, come peraltro dimostra anche l’ultimo dato sui pazienti ad altissimo rischio di Lancet, quanto piuttosto prima è, meglio è. Pertanto il vero successo nella prevenzione si ha solo se interveniamo prima che il danno d’organo si sia verificato oppure quando è ancora reversibile. «Concentrarsi ad abbassare la pressione con terapie aggressive – conclude Parati – solo quando in partenza è già molto alta e si è esposti a un alto rischio di eventi cardiovascolari significa solo tamponare le falle. Certo avremo un beneficio, ma non torneremo più alla normalità e avremo di fatto fallito nel proteggere il paziente. Perché il rischio residuo di complicanze resterà alto e provocherà infarti, ictus, decessi. Bisogna iniziare a curare l’ipertensione quando ancora non ha fatto troppi guai».

Pressione alta


Come prevenirla
La SIIA in collaborazione con l’European Society of Hypertension, a tal proposito, rende disponibile gratuitamente per Android e iOS, una App: ESH Care. Con l’obiettivo di fornire informazioni sul proprio rischio cardiovascolare. Su come tenere sotto controllo i valori pressori. Dà indicazioni sullo stile di vita da mantenere, e come gestire le terapie e le visite. Conoscere quindi per prevenire. Basterebbe tenere sotto controllo il peso e il consumo di sale, limitare l’alcol e fare un’attività fisica regolare per ridurre molto il rischio ipertensivo. Misurare almeno una volta all’anno la pressione è indispensabile.

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