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Rassegna Salute

Tumori al cervello, nuove scoperte modificano le cure standard

Vera Martinella  Corriere della Sera Salute

Tre studi presentati all’Asco di Chicago indicano il modo di migliorare le terapie nei pazienti con tumori aggressivi: glioblastoma negli anziani e neuroblastoma nei bambini

Finalmente si registrano progressi anche nella cura dei temibili, ancora spesso letali, tumori che si sviluppano nel cervello o a livello del sistema nervoso centrale. Durante l’ultimo congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco), da poco concluso a Chicago, ben tre studi tra quelli ritenuti più rilevanti riguardavano infatti nuove strategie efficaci nel contrastare altrettanti tipi di neoplasie cerebrali: glioma, glioblastoma e neuroblastoma. «Stiamo muovendo consistenti passi avanti nel trattamento delle neoplasie cerebrali – commenta Alba Brandes, direttrice dell’Oncologia all’ospedale Bellaria-Maggiore di Bologna ed esperta di tumori cerebrali, oltre che coordinatrice europea di una delle ricerche presentate all’Asco -. Stiamo imparando sempre più a identificare le caratteristiche genetiche di queste malattie e a classificarle dal punto di vista molecolare: questo permetterà sempre più di colpire in maniera selettiva le cellule cancerose, cercando il loro punto debole. E poi stiamo sperimentando, così come in altre patologie oncologiche, le immunoterapie di ultima generazione, in grado di risvegliare il sistema immunitario contro il tumore».

 

Rari, letali e difficili da curare

I tumori cerebrali sono rari: sono 5.700 i nuovi casi registrati nel 2015 in Italia (e oltre 4mila decessi nello stesso anno), ma il numero comprende tanti tipi di neoplasie differenti ed è comunque limitato se si pensa alle neoplasie più frequenti come quelle di colon (52mila nuovi casi), seno (48mila) o polmoni (40mila), che hanno anche percentuali di sopravvivenza migliori. Perché le forme di cancro che colpiscono il cervello sono ancora così difficili da curare? «Il trattamento delle neoplasie cerebrali rappresenta una delle sfide più complesse in ambito oncologico – risponde l’esperta -. Il cervello rappresenta l’organo più nobile e delicato del nostro corpo. La chirurgia radicale quindi è sempre estremamente difficile, e a differenza di altri tumori, difficilmente si può ottenere una resezione del tumore con margini di tessuto sano. Inoltre il cervello è protetto fisiologicamente da barriere che non fanno entrare i farmaci e quindi i trattamenti oncologici spesso non raggiungono il bersaglio in quantità adeguata. Infine le neoplasie gliali, che sono le più frequenti, spesso sono estremamente aggressive e resistenti ai chemioterapici, per cui si sviluppano e crescono in fretta».

Mix di radio e chemioterapia

In questo complesso panorama, appaiono particolarmente importanti gli esiti di una sperimentazione internazionale sul glioblastoma in pazienti anziani, guidata da ricercatori canadesi e coordinata per la parte europea da Alba Brandes. Il glioblastoma viene frequentemente diagnosticato in persone d’età avanzata, l’età media d’insorgenza è infatti 64 anni, e i risultati del trial (presentato nella sessione plenaria dell’Asco, quella dedicata agli studi ritenuti di maggiore rilievo per i pazienti) provano che il mix di chemio e radioterapia può prolungare di alcuni mesi la sopravvivenza dei malati senza peggiorare la loro qualità di vita a causa degli effetti collaterali (si è registrato solo un lieve aumento di nausea, vomito e costipazione). La sperimentazione ha arruolato 562 malati di glioblastoma, dai 65 anni d’età in poi (l’età media era 73 anni), sottoposti o a un breve ciclo di radioterapia da solo oppure combinato al farmaco temozolomide. «Questo studio ha unito gli sforzi dei più prestigiosi centri europei, canadesi e australiani, e ha finalmente fornito nuovi dati sul trattamento dei pazienti anziani con glioblastoma, stabilendo un nuovo standard di terapia – dice Brandes -. Il trattamento con radioterapia abbreviata combinato alla chemioterapia orale con temozolomide è in grado di prolungare, in maniera significativa, la sopravvivenza dei pazienti, senza peggiorarne la qualità di vita. E i risultati sono ancora più rilevanti nel gruppo di pazienti caratterizzati da una specifica alterazione genetica, la metilazione del gene MGMT: per loro l’approccio combinato di chemio e radioterapia è in grado di raddoppiare la sopravvivenza rispetto al passato».

 

 

Temozolomide prolunga la vita

Importanti benefici possono arrivare dall’aggiunta di temozolomide anche ai malati di glioma anaplastico. Lo prova un trial internazionale coordinato da ricercatori olandesi che hanno testato gli effetti di quattro diversi mix terapeutici in 748 pazienti con questa rara forma di cancro che generalmente colpisce persone tra i 35 e i 50 anni. «Il glioma anaplastico è particolarmente difficile non solo da curare, ma anche da studiare, vista la sua estrema rarità – ha spiegato Martin J. Van den Bent, primo autore della ricerca -. Ma i risultati a cui siamo giunti indicano un chiaro beneficio nella sopravvivenza dei malati che vengono trattati con la radioterapia standard insieme a temozolomide, oppure somministrando la chemioterapia dopo le radiazioni. Questo sarà il nuovo standard di cura perché in questo modo risulta vivo a cinque anni dalle terapie il 56 per cento dei malati, contro il 44 di quanti hanno ricevuto la sola radioterapia. Inoltre l’aggiunta di temozolomide ritarda di oltre due anni la progressione del tumore».

 

 

Doppio trapianto di cellule staminali

Sempre in sessione plenaria a Chicago sono stati esposti i risultati di una sperimentazione riguardante 652 bambini con un neuroblastoma ad alto rischio. I piccoli partecipanti avevano in media 3 anni d’età, quasi tutti avevano una malattia al quarto stadio e tutti sono stati sottoposti a sei cicli di chemioterapia con diversi farmaci. In seguito i giovanissimi pazienti sono stati divisi in due gruppi: una parte è stata trattata con un trapianto autologo di cellule staminali, l’altra ha invece ricevuto un doppio trapianto (nell’arco di quasi due mesi) e una chemioterapia aggiuntiva con medicinali differenti. «A tre anni dalle cure era vivo e libero dal cancro oltre il 61 per cento dei bambini sottoposti a doppio trapianto rispetto al 48,4 per cento di quelli trapiantati una volta sola – ha spiegato Julie R. Park, autrice principale dello studio e oncologa pediatrica al Seattle Children’s Hospital -. E gli effetti collaterali sono stati simili in entrambi i gruppi. Questo risultato cambierà quindi il metodo di cura in questi piccoli pazienti, ma dovremo tenere presente che si tratta pur sempre di un regime terapeutico molto tossico e aggressivo, per cui, in attesa di nuove terapie meno dannose, dovremo seguire i bambini per anni e assicurarci di capire, prevenire, curare le eventuali conseguenze indesiderate sul lungo periodo».

 

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