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Rassegna Salute

Tumore della tiroide, nuovo farmaco per i malati che non avevano cura

Vera Martinella  Corriere della Sera Salute

Efficace per una forma particolare, il carcinoma tiroideo differenziato e refrattario allo iodio radioattivo: raro, ma finora non erano disponibili cure per controllare la malattia

Ogni anno oltre 15mila italiani, nella stragrande maggioranza dei casi donne, si ammalano di tumore della tiroide, una forma di cancro “buona” dalla quale guarisce completamente il 90 per cento degli interessati. In una minima parte di pazienti, però, con le cure a disposizione non si ottengono i risultati sperati e fino ad oggi, dopo il fallimento della terapia radiometabolica con iodio radioattivo, i medici non avevano altre armi efficaci da utilizzare. Ora è però disponibile, anche nel nostro Paese, un nuovo farmaco in grado di prolungare la sopravvivenza dei malati con una buona qualità di vita.

Ogni anno in Italia si ammalano 11mila donne

Il carcinoma tiroideo colpisce soprattutto persone in età lavorativa, fra i 40 e i 50 anni. Nel 2016 in Italia sono stimati 15.300 nuove diagnosi (11mila donne e 4.300 uomini) e i nuovi casi sono in costante aumento, ma una quota che varia tra il 50 e il 90 per cento dei casi viene catalogata dagli esperti come “sovradiagnosi”, perché si tratta di carcinomi piccoli, innocui, che non vanno neppure trattati. «Nelle donne under 50 è il secondo tumore più frequente dopo quello del seno e si colloca al quarto posto fra tutte le neoplasie femminili, dopo mammella, colon-retto e polmone – dice Andrea Lenzi, presidente della SIE (Società Italiana di Endocrinologia) -. Fra i fattori di rischio principali c’è il gozzo, caratterizzato da numerosi noduli della tiroide dovuti a carenza di iodio, una condizione che interessa 6 milioni di italiani, ben il 10 per cento della popolazione. Una possibile spiegazione dell’aumento di questa neoplasia sta nell’accuratezza e diffusione dei moderni mezzi diagnostici, ecografia e risonanza magnetica da un lato, analisi di biologia molecolare e indagini citologiche dall’altro. Tutte tecniche consentono di individuare il tumore in fase molto precoce, quando è più facile da curare».

Chirurgia e trattamento con iodio radioattivo

«Per curare al meglio il tumore tiroideo è indispensabile il lavoro di équipe di vari specialisti: endocrinologo, oncologo, radiologo, anatomo-patologo, chirurgo e medico nucleare – spiega Carmine Pinto, presidente nazionale dell’AIOM (l’Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. La chirurgia è il trattamento principale: in generale, è necessaria l’asportazione di tutta la tiroide, ma in casi selezionati l’intervento può interessare un solo lobo della ghiandola. Negli ultimi anni infatti le nuove conoscenze scientifiche stanno spingendo verso una chirurgia meno invasiva e personalizzata sul singolo paziente, che punta a preservare la funzionalità dell’organo. Dopo l’intervento di tiroidectomia totale, infatti, si somministrano in genere a vita ormoni tiroidei in sostituzione di quelli che la ghiandola non può più produrre». Dopo la chirurgia talvolta si procede alla trattamento con iodio radioattivo, indicato in tutti i portatori di residuo tiroideo post tiroidectomia totale (allo scopo di eliminare eventuali residui di tumore non asportati dal chirurgo) e nei carcinomi papillari e follicolari più a rischio di metastasi. Il trattamento radiometabolico per la sua specificità (raggiunge solo le cellule tiroidee che captano lo iodio) è particolarmente efficace e viene utilizzato al posto della classica radioterapia.

Il nuovo farmaco, un punto di svolta per 200 pazienti ogni anno

In 8 casi su 10 dopo queste cure il paziente guarisce. Ma in una piccola percentuale di pazienti (in Italia, in totale, circa 200 persone su oltre 15mila a cui viene diagnosticata questa patologia ogni anno) il trattamento radiometabolico con iodio radioattivo non funziona. «Per il carcinoma differenziato della tiroide in stadio avanzato, refrattario allo iodio radioattivo, finora non avevamo in Italia farmaci efficaci – prosegue Pinto -. La disponibilità per la prima volta di un farmaco attivo costituisce un vero punto di svolta».La scoperta di mutazioni geniche e di riarrangiamenti cromosomici ha consentito una migliore definizione delle caratteristiche biologiche dei tumori della tiroide. Molti studi clinici, sulla scorta di questi dati, hanno infatti testato agenti inibitori di tirosinchinasi nella malattia avanzata o metastatica.

Prolunga la sopravvivenza di oltre un anno

Lenvatinib è un farmaco a bersaglio molecolare (inibitore di VEGFR, RET, KIT), disponibile e rimborsato nel nostro Paese dallo scorso luglio 2016, che si è dimostrato efficace in uno studio che ha coinvolto quasi 400 pazienti con carcinoma tiroideo differenziato in fase avanzata in oltre 100 centri in Europa, Nord e Sud America e Asia.«L’Italia – dice Rossella Elisei, professore associato di Endocrinologia all’Università di Pisa e responsabile del centro coordinatore italiano – ha avuto un ruolo molto importante perché è stato uno dei Paesi che ha arruolato il maggior numero di pazienti. Lo studio ha dimostrato un importante prolungamento della sopravvivenza libera da progressione, con un valore mediano di 18,3 mesi rispetto ai 3,6 mesi del placebo. Il vantaggio per i pazienti, insomma, è stato in media di 14,7 mesi. La nuova molecola ferma la crescita della malattia, con una notevole riduzione delle metastasi, e il paziente può avere una buona qualità di vita».«Gli effetti collaterali, infatti, non sono pesanti e, una volta riconosciuti, possono essere di facile gestione – conclude Anna Maria Biancifiori, Vice Presidente del Comitato Associazioni Pazienti Endocrini -. I pazienti colpiti da tumore della tiroide dopo le terapie possono condurre una vita normale . Il ritorno alla quotidianità familiare e lavorativa è fondamentale per questi pazienti, di solito giovani e impegnati nell’attività professionale.

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