Le mille facce del diabete, non solo 1 e 2: i tipi adesso sono cinque

Fonte : Corriere della Sera Salute –

di Elena Meli

Proposta una classificazione più articolata in cinque sottocategorie, diverse
per caratteristiche e quindi in alcuni casi anche come approccio terapeutico

E se non esistessero solo due tipi di diabete, ma (almeno) cinque? Lo propongono alcuni ricercatori su The Lancet: Diabetes & Endocrinology sostenendo che è tempo di andare oltre le consuete definizioni secondo cui il diabete di tipo 1 è quello dei bambini in cui ci sono gli anticorpi contro l’insulina, l’ormone indispensabile per utilizzare lo zucchero in modo corretto, mentre il tipo 2 compare negli adulti e dipende da dieta sbagliata e ciccia di troppo.

Oltre le semplificazioni

Semplificazioni, come dimostrano l’analisi di oltre 15mila pazienti e l’esperienza clinica: per esempio, sono sempre più frequenti casi di diabete da eccesso di peso nei giovanissimi o adulti con una produzione di insulina azzerata e quindi una malattia molto più simile al diabete di tipo 1 (è successo alla premier inglese Theresa May, che ha scoperto di avere un diabete insulino-dipendente a 56 anni). Gli autori della ricerca, considerando l’età all’esordio dei sintomi, il grado di resistenza all’insulina e l’indice di massa corporea, hanno proposto perciò cinque «nuovi» tipi di diabete:

diabete autoimmune: si manifesta nei bambini e si associa alla presenza di anticorpi per l’insulina
diabete da deficit di insulina: simile al primo per scompenso metabolico ed età di comparsa ma senza gli anticorpi
diabete da resistenza all’insulina: in cui c’è un peso elevato
diabete correlato all’obesità: dove ci sono i chili di troppo ma non la resistenza all’insulina
diabete correlato all’età: simile al precedente ma tipico di persone più anziane.

I primi due sono perciò sottocategorie del diabete di tipo 1, gli altri sarebbero forme diverse del diabete di tipo 2 che oggi vengono ascritte indistintamente a questo. Una nuova classificazione non rischia di confondere solo le acque? No, perché come scrivono gli autori «Il diabete da resistenza all’insulina, per esempio, più spesso porta a deficit nella funzione renale: suddividere in modo più preciso i pazienti potrebbe modificare le cure, aiutando a renderle più “su misura”».

Altri tipi

Senza contare che forse cinque sottocategorie, di fatto facce diverse dei tipi 1 e 2, non sono comunque abbastanza. C’è infatti pure chi, come appunto Theresa May, si ammala da adulto di un diabete su base autoimmune (gli esperti lo chiamano LADA, Late Autoimmune Diabetes in Adults): una forma intermedia della malattia, che si manifesta ben lontano dall’infanzia ma in cui la perdita della capacità di produrre insulina è completa e si instaura molto rapidamente. E c’è pure chi si è spinto a considerare l’Alzheimer un diabete di tipo 3: « Il legame fra l’eccesso di carboidrati e i deficit cognitivi passa dall’alterazione della sensibilità all’insulina, che nel cervello agisce come un neuromodulatore – dice il geriatra Giuseppe Paolisso dell’università Vanvitelli di Napoli –. In chi ha un alterato metabolismo degli zuccheri la sensibilità all’insulina a livello cerebrale diminuisce e ciò facilita la deposizione di placche di beta-amiloide, sostanza di scarto del metabolismo cerebrale correlata all’Alzheimer. Non a caso l’uso di farmaci antidiabetici riduce lievi deficit cognitivi nei pazienti che li manifestano».

 

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