La sanità italiana? A metà del guado

Ruggiero Corcella  Corriere della Sera Salute

Lo studio Oasi 2017 dell’Università Bocconi delinea un Servizio sanitario nazionale in equilibrio di bilancio e individua nella cura ai non autosufficienti il vero tallone d’Achille

Il campanello d’allarme, economisti e esperti della sanità lo stanno suonando da tempo: il Servizio Sanitario Nazionale è appeso a un filo e ancora non si riesce a capire come in una situazione di contrazione delle risorse, sia finanziarie che di personale, riesca a rimanere in piedi. È l’ennesimo “miracolo”, a cui il nostro Paese continua ad appigliarsi? Dalle aule dell’Università Bocconi di Milano, in occasione della presentazione del corposo rapporto OASI  (Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario italiano, a cura di Cergas e Sda Bocconi)  si rinnova l’invito a superare gli stereotipi e l’appello a “salvare” un sistema di welfare che ancora ci invidia tutto il mondo. I posti letto coprono meno del 10 per cento del fabbisogno e le cure domiciliari si riducono in media a 17 ore per paziente l’anno. In sofferenza la spesa per il personale con conseguente invecchiamento dei professionisti del Servizio Sanitario Nazionale: allarma il divario tra Nord e Sud nelle condizioni di salute della popolazione.

Spesa sanitaria in diminuzione

Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) ha speso, nel 2016, 115,8 miliardi di euro, una cifra in crescita dell’1,1% sul 2015, ma che, tra il 2010 e il 2016, è aumentata in media dello 0,7% l’anno – un tasso inferiore a quello dell’inflazione, si osserva nel Rapporto Oasi 2017. La spesa sanitaria, che nel 2010 costituiva il 24% della spesa di welfare pubblico, sei anni dopo è scesa al 21,9%, a favore della spesa assistenziale, passata dall’8 al 10%, mentre la spesa pensionistica rimane sostanzialmente stabile al 68%. La spesa per il personale è diminuita di 6 punti tra il 2010 e il 2016, con la conseguente, allarmante crescita dell’età media degli operatori: il 52% dei medici dell’Ssn ha più di 55 anni, contro il 13% del Regno Unito, il 43% della Germania e il 46% della Francia. Nel complesso la spesa per beni e servizi (33,6% di quella totale) supera quella del personale (29,7%).

Il fronte caldo: la cronicità

«Le fonti pubbliche – osservano i curatori del Rapporto, Francesco Longo e Alberto Ricci – coprono ancora il 95% della spesa ospedaliera, ma solo il 60% della spesa per prestazioni ambulatoriali e il 65% delle spese di assistenza di lungo termine nelle strutture residenziali». E proprio il lungo termine e le cronicità si rivelano essere sempre più chiaramente il tallone d’Achille del sistema. I posti letto pubblici o privati per i non autosufficienti coprono meno del 10% del fabbisogno: 270.000 posti letto rispetto a 2,8 milioni di non autosufficienti. Le cure domiciliari sono, inoltre, largamente insufficienti a colmare il gap: si tratta, in media, di 17 ore per paziente preso in carico – ipotizzando pacchetti di due ore settimanali, l’intervento si riduce a poco più di due mesi.

Il peso sulle famiglie

Le soluzioni a cui ricorrono le famiglie sono il ricovero in regime di solvenza completa, l’impegno diretto nella cura del parente o il ricorso a una badante. «Tale meccanismo si regge grazie a una combinazione di equilibri sociali destinati a scomparire», afferma Longo. Se oggi, infatti, il rapporto tra anziani e popolazione attiva è 35 a 100, nel 2065 sarà 60 a 100. Il sistema pensionistico ha, inoltre, tutelato i redditi medi degli anziani, rimasti pressoché invariati tra il 2006 e il 2014 mentre quelli dei giovani tra i 19 e i 34 anni sono diminuiti di 20 punti percentuali, ma il progressivo passaggio al sistema contributivo è destinato a ridurre anche i redditi da pensione.

Lo squilibrio Nord-Sud

Mentre il sistema è, da qualche anno, in equilibrio economico in tutta Italia, il Rapporto evidenzia un allarmante e permanente divario tra Nord e Sud del Paese in tema di salute della popolazione. La speranza di vita in buona salute è di 60 anni al Nord e 56 al Sud, con un divario di ben 20 anni tra i due estremi: i 70 anni di Bolzano e i 50 della Calabria. Anche l’auto-percezione del proprio stato di salute da parte degli ammalati cronici solleva lo stesso campanello d’allarme: al Nord il 49,6% di loro si percepisce in buona salute, al Sud solo il 36,6%.

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