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Smartphone e tablet, una dipendenza che inizia nell’infanzia

Dipendenza da smartphone e tablet

Uberto Zuccardi Merli, esperto di disagio infantile, ci parla del rapporto che esiste tra i bambini di oggi e la tecnologia, fino a renderli dipendenti.

È facile ormai imbattersi sempre più frequentemente in bambini che in qualsiasi posto si trovano sono con la testa chinata sul loro tablet, isolandosi completamente dal contesto in cui vivono.

Questa abitudine, se ricorrente e frequente, può avere conseguenze sulla psiche dei bambini in quanto aumenta il rischio di disturbi legati all’attenzione e all’apprendimento.

Uberto Zuccardi Merli, psicologo e psicoanalista che studia il disagio infantile e l’iperattività nei bambini, ne parla al KUM! Festival, in scena ad Ancona, durante un incontro dal titolo “Il bambino contemporaneo e la società delle dipendenze”.

Telefoni e tablet ormai sono alla portata di tutti e sembrano esercitare un’attrazione magnetica ed irresistibile sui bambini. I genitori devono preoccuparsi di ciò?

Sono strumenti tecnologici che offrono una soddisfazione passiva, simile a quella che riceviamo nell’infanzia dalle cure materne.

E questa dipendenza dalle cure della madre, che nell’essere umano si protrae a lungo, è la matrice di ogni dipendenza.

Tutte le droghe si sostituiscono ad altri meccanismi di soddisfazione, ed è qualcosa che ci ha accompagnato lungo tutta la storia della nostra specie.

Nessun oggetto del passato però aveva la stessa capacità di attrazione che hanno questi oggetti della tecnologia.

Se c’è qualcosa che il bambino deve compiere crescendo è proprio dematernalizzarsi, cioè allontanarsi da quella dipendenza dalle cure materne, e sostituendole con gli oggetti tecnologici questo non avviene.

Tablet e telefonini perché sono così attraenti per i più piccoli?

È la capacità di offrire costantemente soddisfazioni passive.

Sul telefono i bambini schiacciano tasti e ottengono sorprese: è già tutto lì, non devono fare uno sforzo di linguaggio, di invenzione, come accade per esempio quando giocano con i Lego.

E quindi l’utilizzo dei device tecnologici non aiuta a imparare una capacità mentale fondamentale che si sviluppa durante il gioco tradizionale, cioè l’abilità di fare tanto con poco.

Il risultato è che oggi il fare con poco ci angoscia, e gli oggetti tecnologici aiutano a riempire ed affrontare questa angoscia.

L’oggetto ci chiama. Difatti, se togli l’oggetto i bambini hanno crisi di dipendenza.

È emblematico il caso dell’iperattività: il bambino iperattivo non sa giocare, ha difficoltà nel mantenere l’attenzione, è insoddisfatto e passa da un oggetto all’altro in continuazione, ma l’unico oggetto con cui si ferma è proprio quello tecnologico.

E la genesi dell’iperattività nei bambini non è una tara genetica, ma si sviluppa nella società.

La nostra è quindi una “società che causa dipendenze”?

Questa forma di maniacalità iperattiva è una dinamica tipicamente capitalista: i sintomi che noi osserviamo sui bambini sono i sintomi della società, la psicologia infantile racconta la psicologia collettiva.

La società dei consumi ci dà un’offerta illimitata di oggetti. In questo senso la società capitalista è materna, colei che dà in continuazione.

Basta in effetti guardare la camera di un bambino di oggi rispetto a quella di un bambino del Novecento. È piena di oggetti. Ingolfiamo i bambini di oggetti per sopire le loro angosce.

Si può impedire ad un bambino l’uso delle nuove tecnologie senza isolarlo dal contesto sociale?

Trovare il giusto bilanciamento in effetti non è facile.

Faccio l’esempio di un padre che mi ha chiesto un aiuto per moderare il rapporto col telefono del suo bambino, che è iperattivo.

Il padre lo rimprovera di stare troppo al telefono ma il bambino gli risponde: “Tu mi vuoi far uscire dalla realtà”.

E ha ragione. Oggi viviamo in un mondo iperconnesso e in continuo cambiamento. E questi oggetti tecnologici rappresentano una connessione con questa realtà globale”.

Quali sono le conseguenze di tutto ciò sull’infanzia?

Aumentano le difficoltà nell’apprendimento.

Banalmente, per studiare non si può guardare costantemente il cellulare e cresce l’incapacità nel gestire la propria impulsività.

E poi osserviamo un aumento delle patologie legate alla reclusione, alla clausura, come il fenomeno degli “hikikomori” giapponesi, la sindrome dei ragazzi che si chiudono in camera.

Il fenomeno dello hikikomori può essere considerato come una volontaria esclusione sociale, una ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all’intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l’esterno.

E poi vediamo crescere anche le patologie legate al linguaggio.

Come devono comportarsi gli adulti?

Va fatto un discorso molto equilibrato: non viviamo in un villaggio tibetano agli inizi del ‘900 ed è difficile star dentro questi meccanismi senza ammalarsi.

È evidente che se c’è più paranoia e si costruiscono muri nella vita collettiva anche nella vita individuale e nell’infanzia aumenta la chiusura.

Ma i modi per guarire ci sono. Andare in analisi sicuramente aiuta. Ma soprattutto dobbiamo rendere più creativa la mente e non restare prigionieri dell’oggetto, per esempio, facendo aprire i libri ai bambini.

Si diventa grandi con gli esempi e imparare a usare questi oggetti è la sfida dell’educazione familiare di oggi .

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